
Non è un alieno, anche se ne ha tutta l’aria.
Il limulo — Limulus polyphemus — vive sulla Terra da circa 450 milioni di anni. Era qui molto prima dei dinosauri, molto prima di noi. Ha attraversato cataclismi, estinzioni di massa, glaciazioni, sopravvivendo con un’armatura lucente e un cuore blu.
Blu davvero.
Il suo sangue, ricco di rame, diventa il colore del cielo d’inverno quando entra in contatto con l’aria. Ed è proprio quel sangue che lo sta condannando.
Negli anni ’70 gli scienziati scoprirono che il sangue del limulo reagisce istantaneamente alla presenza di batteri. Da allora, l’industria farmaceutica ne preleva tonnellate ogni anno per testare la purezza dei vaccini e dei farmaci.
Lo chiamano “bleeding”, e il termine ha un suono innocuo, ma dietro quella parola c’è una scena che non lo è affatto:
i limuli vengono catturati, immobilizzati e drenati — fino al 30% del loro sangue. Poi vengono rimessi in mare.
Molti non sopravvivono.
Oggi il limulo è diventato un fossile vivente che sanguina per noi.
Non conosce la crudeltà, non conosce il profitto, non conosce la differenza tra bene e male.
Cammina lento sulla sabbia come ha sempre fatto, ignaro di essere diventato una risorsa brevettata.
E noi, che ci crediamo superiori, non riusciamo nemmeno a guardarlo senza pensare a cosa possiamo estrarne.
Ci sono ricercatori che stanno tentando di sostituire il suo sangue con versioni sintetiche.
Ma finché il profitto avrà la meglio sulla compassione, il limulo continuerà a morire in silenzio.
E forse un giorno, quando anche l’ultimo di loro scomparirà, qualcuno troverà la sua corazza sepolta tra le dune e si chiederà:
“Com’è possibile che un essere sopravvissuto a tutto sia morto per colpa nostra?”
Grazielladwan (C)

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