GIUHA LO SCIOCCO E GIUHA IL FURBO ( 7 racconto )

Questa volta Giuha è alle prese con un suo omonimo di campagna che vuole conoscerlo per mettere alla prova la sua furbizia, come andrà a finire?

3 PERSONAGGI:
Giuha di campagna (lo sciocco)
Giuha di città (il furbo)
Passante

Si narra che un tempo c’erano due Giuha, uno di campagna e uno di città. Giuha di campagna (lo sciocco) aveva tanto sentito parlare di Giuha di città (il furbo) che un giorno decise di andare in città per fare la sua conoscenza.
Una volta arrivato , incontrò un uomo che se ne stava appoggiato a un muro.
— Benvenuto e bene arrivato! disse l’uomo a Giuha di campagna. – Cosa ti ha portato tra noi straniero?
– Sono venuto per conoscere Giuha che porta il mio imagestesso nome,
voglio vedere se è proprio furbo come dicono. Sai per caso dov’è? –
-Sei fortunato -rispose l’uomo.
-È un mio buon amico e se vuoi posso andarlo a chiamare. Tu, però, dovresti farmi il piacere di reggere il muro finché non torno, altrimenti cade -.
Giuha di campagna fu ben contento di accettare e rimase là a reggere il muro, mentre l’altro se ne andava.
Arrivò l’ora di pranzo, e l’uomo non era tornato.
Venne l’ora del riposo pomeridiano e dell’uomo neppure l’ombra. Si fece buio e niente: Giuha di campagna era ancora lì che sosteneva il muro.
A un certo punto un vecchio, che gli era passato davanti più di una volta si fermò e disse:
— È da stamattina che te ne stai fermo contro il muro, straniero. Potresti spiegarmi perché? Sto aspettando Giuha — rispose Giuha di campagna: un uomo mi ha detto di reggere il muro mentre lui andava a chiamarlo -E com’era quell’ uomo? — chiese il vecchio, sempre più curioso.
– Era fatto ..- e ne seguì la descrizione.
-Povero sciocco, quello era Giuha in persona! -disse il vecchio e se ne andò ridendo.
A Giuha di campagna non restò altro che tornarsene a casa: ormai l’aveva capito, che Giuha della città era furbo per davvero.

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Un ladro voleva derubare la casa di Giuha, perciò andò da lui nel cuore della notte e si arrampicò sul tetto della casa.

Giuha dormiva accanto a sua moglie quando sentì il rumore dei passi di un ladro, si svegliò e svegliò sua moglie . . .

Giuha bisbigliò alla moglie: ” Deve esserci un ladro sul tetto della nostra casa”

Giuha rifletté un po’ e disse: ” Fai ciò che sto per dirti . . . io fingerò di dormire, tu svegliami chiedendo ad alta voce: “Giuha, Che cosa è tutto questo denaro? ”

Sua moglie fece ciò che gli aveva detto domandando ad alta voce: ” Giuha, Giuha, che cosa è tutto questo denaro? Dove hai raccolto tutti questi soldi? E quando? ”

Giuha rispose adirato: ” Mi svegli dal sonno a questa ora tarda per chiedermi da dove proviene questa ricchezza?

La moglie disse: “Non riesco ad avere pazienza, Giuha, informami a proposito di questa grande ricchezza”.

Giuha disse: “Quando ero giovane scassinavo le abitazioni”.

La moglie disse: “Tutta questa ricchezza viene dalle irruzioni nelle case? Non ti credo”.

Giuha rispose: “Moglie, se ti confidassi il segreto di questa storia, non mi crederesti”.

La moglie disse: “Su raccontami Giuha!”.

Giuha disse: ” Te lo dirò, ma questa faccenda è un segreto, e se dovesse saperlo un ladro ruberebbe tutto ciò che possediamo”.

disse la moglie: “Giuha, desidero ascoltarla” .

Giuha disse: “Salivo sui tetti delle case e osservavo il cielo, se la luna non c’era l’aspettavo”.

“Che cosa c’entra la luna con questo?” domandò la moglie interrompendolo.

Giuha rispose: “Allo spuntare della luna mi appendevo alla luce che usciva dal lucernario della casa e dicevo “shùlum bulum” sette volte “.

“Oh Giuha, e dopo cosa succedeva? ” chiese la moglie.

Giuha rispose: “Abbracciavo forte la luce e mi calavo senza una corda, caricavo ciò che potevo e poi risalivo senza che nessuno della famiglia della casa se ne accorgesse”.

Quando il ladro sentì queste parole si disse allegro: ” Si tratta di un gran bottino! Davvero è una notte di felicità, come sei sciocco Giuha! Perderai tutto ciò che possiedi”.

Il ladro osservò il cielo e quando apparve la luce della luna verso il lucernario della casa di Giuha, l’abbracciò dicendo “Shùlum bulum” sette volte, poi si lasciò cadere dall’alto della casa.

Precipitò sul terreno del lucernario, si ruppe le costole, si alzò curvandosi e gridando dal dolore; Giuha si precipitò verso di lui, gridando alla moglie di accendere una candela prima che il ladro scappasse.

Il ladro sofferente disse a Giuha: “Giuha, da chi diamine hai imparato questo metodo grandioso? Ed io con questa stupida mentalità (ragionamento) non potrò scappare”.

GIUHA E QUANDO SI VUOLE ACCONTENTARE TUTTI ( 5 racconto )

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Il figlio di Giuha era sempre preoccupato del giudizio della gente e non voleva far nulla che non incontrasse l’approvazione degli altri, così suo padre decise di insegnargli che accontentare tutti è impossibile.
Prese il suo asino, vi salì sopra e disse a suo figlio di seguirlo a piedi. Passarono vicino ad un gruppo di donne, che cominciarono a borbottare contro di loro e una disse: – Che razza di uomo sei, hai il cuore di pietra? Tu cavalchi l’asino e quel povero ragazzo ti segue a piedi…! Allora Giuha fece salire suo figlio sull’asino e si mise ad andare a piedi dietro di lui.

Dopo un po’, incontrarono un gruppo di anziani che li guardarono con disapprovazione, pensando che non era questo il modo di educare i figli e dissero a Giuha: – Ma come, alla tua età vai a piedi e lasci che il tuo giovane figlio cavalchi l’asino? È così che si insegna il rispetto delle persone anziane?

Giuha guardò suo figlio e disse: – Hai sentito? Forse è meglio che cavalchiamo l’asino assieme-, e si avviarono nuovamente.

Passarono vicino ad un gruppo di amici di Giuha, che non riuscirono ad esimersi dall’esclamare: – Non vi vergognate? Come fate a cavalcare in due quella povera bestia, se insieme pesate più di lei? Così Giuha disse a suo figlio: – Scendiamo dall’asino e andiamo a piedi tutti e due, così non si arrabbieranno più con noi né le donne, né gli anziani, né i miei amici.

La scenetta, a quel punto, era esilarante: due uomini che seguono a piedi, quasi con reverenza, un asino che trotterella veloce e libero di ogni carico.
Un gruppo di ragazzi scoppiò a ridere: – Perchè fargli fare la fatica di camminare, povero asino? Non è meglio, a questo punto, che lo trasportiate voi?

Allora Giuha prese un grosso ramo di albero e vi legò l’asino, poi mise un’estremità del ramo sulle sue spalle e l’altra sulle spalle del figlio e così trasportarono l’asino.

La gente li vide e si radunò intorno a loro ridendo, finchè non arrivò la polizia, che prese Giuha e suo figlio e li portò al manicomio.
Quando furono lì Giuha guardò suo figlio e disse: – Hai visto dove si finisce, quando si vuole accontentare tutti?

Tratta dal testo “La camicia di Giuha” di Kamal Attia Atta, edizioni EMI 1997.

GIUHA E GLI SPICCIOLI DEL DINARO ( 4 racconto )

Giuha era seduto con degli amici per strada e stavano discutendo su loro questioni. Giuha infatti era molto considerato e sovente le persone lo invitavano durante i loro incontri per avere suoi consigli.

Un uomo malvagio, che proprio non poteva vedere Giuha, si avvicinò al gruppetto con l’ intenzione di metterlo in imbarazzo e sminuirlo di fronte agli altri.

” Buongiorno a tutti e buongiorno a te Giuha, dovresti farmi il favore di cambiarmi in spiccioli questo dinaro, scusa sai, ma so che tu porti sempre con te parecchie monete e quindi non dovrebbe essere un problema farmi questo favore”.

Giuha, che non aveva mai soldi, ma ovviamente voleva mantenere la considerazione degli amici, rispose ” Ma ti sembra questo il momento ? “.

” Giuha ” continuò l’ uomo: ” Se non ne avessi così bisogno, ti pare che ti avrei importunato in questo momento ? “.

Giuha cercò di liberarsi dell’uomo, ma senza successo…Allora pensò ad uno stratagemma che lo allontanasse da lui e gli disse: “Dammi il Dinaro d’oro così lo guardiamo”.

L’uomo gli diede il Dinaro, Giuha lo osservò attentamente, lo pesò e poi disse: “Non mi è possibile cambiare questo Dinaro, ragazzo mio, poiché vale di meno”.

L’uomo disse con malizia: “Signor Giuha, cambiamelo, trattieni il valore che manca e sarò soddisfatto…”

Giuha si meravigliò dell’insistenza dell’uomo sulla propria richiesta e disse: “Questo Dinaro vale molto meno e ci perderesti tanto…”

L’uomo disse: “Prendi il Dinaro e dammi qualche Dirham, quando in seguito te li restituirò, tu mi restituirai il Dinaro e mi avrai fatto un grande piacere”.

Giuha era in imbarazzo; non sapeva più come fare a togliersi l’uomo dai piedi e si vergognava per le sue tasche prive di quanto gli era stato chiesto, poi prese a rigirare il Dinaro sul palmo della mano .

Dissero i suoi amici: “Cosa c’è Giuha? Il discorso dell’uomo è onesto, dagli qualche cosa e tieniti quel Dinaro, è questo ciò che chiede”.

Giuha disse: “Amici miei…Se lui accetta, io non accetto, ma, sarò d’accordo se aggiunge sei Dirham e mezzo a questa moneta, così sarà un Dinaro esatto”.

L’uomo comprese l’astuzia dello stratagemma di Giuha e che non avrebbe raggiunto il suo scopo, prese il Dinaro da Giuha e se andò per i fatti suoi.
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GIUHA E LE UOVA ( 3 racconto) جحا و البيض

Un giorno, Giuha decise di andare a cercare fortuna in un paese lontano. Prima di lasciare il suo villaggio, si fece prestare da un mercante una dozzina di uova sode per nutrirsi durante il viaggio.

Passarono sette anni e Giuha tornò a casa con un bel mucchio di monete d’argento. La notizia del suo arrivo si sparse per il villaggio e giunse alle orecchie del mercante che aveva con lui un credito in sospeso.

Egli si recò da Giuha e gli chiese cinquecento dinari in pagamento delle uova acquistate sette anni prima. Giuha si rifiutò di pagare e la questione fu portata davanti al grande sultano Arun Ar-Rashid. Il giorno stabilito, Giuha si presentò nella sala delle udienze con molto ritardo e il dibattito ebbe inizio solo nella tarda mattinata.

Il sultano, spazientito, chiese ai due litiganti di esporre le loro ragioni. Per primo parlò il mercante:
” Ho chiesto a Giuha di pagarmi cinquecento dinari, perché dalle dodici uova, che egli acquistò a credito, sarebbero potuti nascere dodici pulcini. Questi sarebbero divenuti galli e galline e si sarebbero moltiplicati, dando origine ad almeno altri ventiquattro pulcini: dopo sette anni io avrei ora un enorme pollaio! “.

” Hai ragione ” disse il sultano: ” Sentiamo comunque cosa replicherà Giuha, il quale ci spiegherà innanzitutto il motivo del suo ritardo”.

” Che Allah ti conceda lunga vita! Avevo in casa delle fave bollite, e questa mattina mi sono attardato a seminarle nell’orto per avere un buon raccolto l’anno prossimo, in sha Allah! ” “Tu sei uno sciocco, Giuha!” replicò il sultano: “Da quando in qua le fave bollite danno un raccolto?”

“Da quando le uova sode danno origine a dei pulcini!” rispose Giuha. E vinse così la causa.

A voi interpretare il racconto!!

RACCONTI ARABI ” GIUHA ” ( 1° racconto ) جُحا والجَدْيُ الثَّمينُ Giuha ed il capretto costoso

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Si potrebbe definire le ” mille ed una storia ” il personaggio, infatti, a differenza di Sharazade, è il diretto interprete di centinaia di racconti. I suoi natali sono sconosciuti, di lui si sa che visse ( anche se per alcuni non è mai morto ) nello stesso periodo del grande califfo Harun Al-Rashid.
E’ descritto come un uomo di mezza età, con un grande naso, con enormi baffi, porta una gallabia lunga e rattoppata accompagnata dalle classiche babbucce arabe.
I racconti a lui dedicati sono perle di saggezza miste a divertimento ed ironia, che fanno di Giuha il personaggio adatto al ruolo di ” dispensa consigli “.

LA STORIA DI GIUHA ED IL CAPRETTO COSTOSO
Giuha aveva una vicina di casa molto anziana e molto povera, l’ unico suo avere era un capretto malandato e denutrito che continuamente tentava di vendergli.
Poiché la vecchia necessitava di denaro, per l’ ennesima volta tentò di vendere la bestia a Giuha, il quale impietositosi decise di tentare di darle una mano.
Il giorno dopo Giuha tornò dalla vecchia e disse: ” Domani vai al mercato e porta con te l’ animale per venderlo “.
La vecchia sbalordita rispose a Giuha: ” Hai forse trovato chi lo compra ? “.
Giuha disse: ” Non ti preoccupare, io sarò con te a trattare l’ acquisto, ma tu, qualsiasi cosa capiti, non scendere sotto i cento dinari! “.
La vecchia sbalordita più che mai esclamò: ” Oh Giuha, cento dinari ? ma sai che sono una somma enorme ! ”
Giuha rispose alla vecchia: ” Fai ciò che ti ho detto e vedrai che potrai vendere il capretto per la somma che ti ho promesso “.
Il giorno seguente la vecchia prese il capretto, andò al mercato e mise in vendita il suo animale, ma ovviamente nessuno si avvicinava per comprarlo.
Dopo un po’ arrivò Giuha che si mise a girare fra i venditori misurando i loro capretti fino a quando, facendo finta di non conoscerla, si avvicinò alla vecchia chiedendole: ” E’ in vendita il capretto? ” ” Si signore ” rispose la vecchia.
Giuha si mise a misurare anche quel capretto, come aveva fatto con gli altri, ma qui si soffermò di più ed iniziò a contrattare l’ acquisto partendo da un dinaro ” Non lo venderò per quella somma, ne vale molti di più ” disse la vecchia. Giuha alzò la posta, sempre mentre era intento nella misurazione dell’ animale: ” Facciamo quattro dinari ” e poi dieci e così via fino a trenta, ma la vecchia ancora una volta rispose: ” Non lo venderò poiché vale molto di più, devi darmi cento dinari ! “.
A questo punto Giuha manifestò il suo dispiacere e smise di misurare il capretto. ” Magari avessi tale somma, lo comprerei immediatamente e senza esitazione “. Mostrandosi dispiaciuto se ne andò.
Uno dei mercanti vide la scena e ne dedusse che in quel capretto dovesse esserci qualcosa di segreto e per non farsi scappare l’ affare, andò a comprarlo per cento dinari.
L’ uomo prese il suo capretto, se lo mise sulle spalle e corse dietro a Giuha chiedendogli: ” Ti prego dimmi quale è il segreto del tuo interesse per questo animale ? ”
Giuha prese il capretto e tirò fuori il suo bastone per misurare: ” Se fosse stato più lungo di due pollici e più largo di uno, avrei utilizzato la sua pelle per farne un tamburo per il matrimonio di mia figlia “.
Quindi salutò l’ uomo sorridendo e se ne andò.

A voi il significato di questa storia !

Venere

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HARUT E MARUT, ” GLI ANGELI CADUTI ” DEL CORANO.
La Sura II del Corano, ci racconta di due angeli, Harut e Marut, in continuo contrasto con Dio, dopo la sua decisione di creare l’uomo.
Nella letteratura araba spesso si trovano riferimenti a questi due angeli e molti racconti popolari sono nati per favoleggiare del loro girovagare sulla terra in qualità di giudici , in realtà erano messi alla prova da Dio, stufo delle loro lamentele sull’ignobile comportamento umano.
Questo racconto che mi ha sempre affascinata, vede i due angeli alle prese con una signora sposata: nelle loro vesti di giudici, sovente, dovevano risolvere i problemi che gli umani ponevano loro. Quel giorno una bella signora accompagnata dal marito chiese loro di intercedere perché quest’ultimo riuscisse in un affare che aveva in ballo. Harut e Marut, che avevano visto l’avvenenza della donna le proposero la soluzione del problema in un comodo giaciglio. Ovviamente ognuno parlò all’insaputa dell’altro. La donna accettò e diede ad ognuno di loro l’appuntamento per il giorno dopo. Inutile dire che i due si incontrarono e decisero di presentarsi insieme dalla signora, la quale si presentò in vesti sensuali, per meglio ammagliare i due sprovveduti. Essa infatti aveva ben altri progetti e dopo averli ubriacati li ricattò : ” per avermi dovrete dirmi il Nome Supremo che pronunciato nel giusto modo mi permetterà di andare e venire a mio piacimento dal paradiso! “. Beh! Per i due angeli, a cui Dio aveva a loro insaputa tolto la capacità di non cadere in tentazione, non fu difficile accettare il ricatto della donna e le pronunciarono correttamente il Nome Supremo.
La donna, che non aveva nessuna intenzione di darsi ai due angeli, se ne andò lasciandoli addormentati dal vino, pronunciò le parole e salì al cielo o almeno ci provò, perché Dio la fermo prima del suo ingresso in paradiso trasformandola in una palla di fuoco. La condannò ad essere così per tutti i tempi e tutti gli uomini ad ogni alba avrebbero potuto vederla brillare in cielo, il pianeta Venere.
Graziella Adwan