POSTO 11/A: IL SOPRAVVISSUTO

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Capitolo 3: L’eco dei caduti

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Mersin, Turchia. Karen entra nel centro di riconoscimento salme del volo AAR 703. Tra neon freddi e sussurri, nella sua mente affiorano le voci dei passeggeri perduti.

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Mersin – ore 10:15

Scese dal taxi con un nodo alla gola. L’aria odorava di iodio e fiori marci. Davanti a lei, un edificio basso e grigio: il centro allestito in fretta per il riconoscimento delle salme. Dentro, pianti soffocati, istruzioni sussurrate, passi che rimbombavano nel pavimento lucido.

Mostrò il pass stampa. L’ufficiale la fissò a lungo, poi annuì: «Niente foto senza autorizzazione.» — «Certo.»

Sala 2

File di sacchi neri numerati. Tavoli d’acciaio. Neon che scavavano ombre. Karen si mosse tra barelle e parenti, annotando gesti e frammenti di frasi. Nessuno parlava del superstite, ma l’assenza di quella parola le bruciava in testa.

Le voci

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Si fermò accanto a un banco vuoto. Il brusio sfumò, come risucchiato. Nella sua mente, all’inizio un filo, poi un coro.

«Ha smesso di urlare… perché lui me lo ha detto.»Sofia Maringer

«Ho visto il mare… ma non eravamo ancora caduti.»Tommaso Lolli

«Non c’è fallimento… solo ritardo…»Jari Petersen

«Magari mi perdo… magari non torno…»Ines Zaccari


L’eco vicino all’orecchio

Si toccò la fronte. Fuso orario, suggestione, si disse. Ma le voci si fusero in un’unica tonalità bassa. Una voce maschile, calma, senza luogo.

«Karen.»

Si immobilizzò. Il sussurro non era nella stanza. Era vicino.

«Sta arrivando il momento. Non correre. Verrò io da te.»

Si voltò. Tra sacchi, barelle e volti rossi di pianto, nessuno la guardava. Eppure l’eco restava, in sincrono col suo cuore.


Continua nel Capitolo 4…

Questo racconto è un’opera di pura invenzione. Ogni riferimento a persone, luoghi o eventi reali è puramente casuale.

Grazielladwan (C)

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