IN ATTESA DELLA SENTENZA SULLA FIRING ZONE

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Da Operazione Colomba

Durante la notte tra il 3 e il 4 luglio, trenta soldati con cinque jeep militari hanno fatto incursione nel villaggio palestinese di Jinba, situato nell’area che l’esercito israeliano chiama Firing Zone 918. I soldati provenivano dall’avamposto israeliano di Mitzpe Yair e dalla base militare adiacente al villaggio. Insieme ai soldati c’erano due coloni che accusavano i palestinesi di aver rubato una pecora dall’avamposto israeliano. I soldati sono entrati, hanno perquisito e messo a soqquadro diverse case palestinesi rompendo serrature e porte di metallo; hanno lanciato bombe sonore, tra le quali una è stata tirata dentro una casa e una ha colpito un uomo che stava dormendo all’aperto. Durante il raid quattro ragazzi sono stati picchiati dai soldati con le armi e tre uomini sono stati portati e detenuti nell’avamposto israeliano di Mitzpe Yair per diverse ore. L’ultimo di essi (Mahmoud Isa Ibrahim Rabai) è stato rilasciato alle 9 del mattino.

Il 5 luglio, tra le 10 e le 12.30 circa 50 coloni scortati da otto soldati sono passati camminando attraverso i villaggi palestinesi di Al Birkeh, At Tuwani e Ar Rakeez dicendo di essere in visita alle antiche rovine israeliane della zona e si sono fermati in diversi punti tra case e persone palestinesi. Nel pomeriggio hanno avuto luogo esercitazioni militari nella valle palestinese di Humra, molto vicino al villaggio palestinese di At Tuwani e all’avamposto israeliano di Havat Ma’on. Le esercitazioni consistevano in corse, finte sparatorie e primo soccorso di feriti. Erano presenti 3 camionette dell’esercito e 18 soldati. L’azione si è verificata tra le 16 e le 17.30. I soldati hanno minacciato volontari di Operazione Colomba e palestinesi che si trovavano sulla propria terra. E’ stato intimato loro di andarsene perché era in corso l’esercitazione.

Gli stessi soldati si sono spostati su una collina tra il villaggio palestinese di Tuba e l’avamposto israeliano di Havat Ma’on, dove sono rimasti fino alle 19. Intorno alle 18 un colono israeliano ha guidato un quad attraverso il villaggio di Tuba per poi tornare nell’avamposto. Dieci minuti più tardi una macchina con quattro coloni è entrata nel villaggio e si è fermata vicino ad un pastore palestinese (Meher Isa Aliawad, un ragazzo di 20 anni mentalmente ritardato) che stava pascolando il suo gregge su terra palestinese. L’uomo vedendo i coloni è scappato verso casa sua mentre questi gli hanno lanciato pietre, ferendolo gravemente al braccio sinistro. I coloni in macchina sono dopo poco tornati nell’avamposto israeliano.

Il 6 luglio intorno alle 11:45 un pastore palestinese (Heir Suliman della famiglia Eid Hadartin) è stato arrestato mentre stava tornando con il suo gregge nel villaggio beduino di Umm al Kheer. I soldati non hanno dichiarato quale fosse l’accusa contro di lui. Durante le proteste dei palestinesi, quattro attivisti israeliani sono stati detenuti e portati alla stazione di polizia di Kiryat Arba. Due donne palestinesi sono svenute e portate via in ambulanza. Un altro palestinese (Bilal Salem dalla famiglia Eid Hadartin) che cercava di raggiungere l’ambulanza è stato arrestato.

Ciononostante le comunità palestinesi delle Colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate nello scegliere la nonviolenza come mezzo di resistenza all’occupazione.

Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell’area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Foto dell’incidente: http://snipurl.com/27e9u3h Video dell’incidente: http://snipurl.com/27ec167

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NAKBA storia di una famiglia

Iniziamo con un po’ di storia così da capire le basi che hanno portato all’attuale situazione dei profughi palestinesi.
1917- la dichiarazione Balfour , niente è che una lettera inviata dall’allora ministro degli Esteri britannico a Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica in Inghilterra e componente del movimento sionista. In questo documento, l’inglese afferma che il Governo britannico di sua Maestà è favorevole alla creazione di un focolare ( così è la traduzione) ebraico all’interno della Palestina, è evidente che nella lettera non si è mai fatto accenno alla parola “Stato ebraico”. Tra il 1922 e il 1939 i britannici danno il via all’immigrazione ebraica in Palestina, tanto che viene costituita la prima amministrazione ,Yishuv , ebrea nei territori occupati. Questo sarà il seme del futuro stato di Israele.
Intanto in Europa imperversava la seconda guerra mondiale e per sfuggire all’Olocausto,centinaia di migliaia di Ebrei andarono in Palestina, tanto che nel 1948 sarà necessario l’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi dalle proprie terre, per fare spazio al neonato stato di Israele. Questa è la Nakba ( dall’arabo catastrofe, distruzione ) ed è ricordata ogni anno al 15 maggio, giorno in cui vennero forzati a sfollare i palestinesi che vivevano nelle terre del nuovo stato.

14 maggio 1948, le bande terroristiche che provenivano dall’Europa imperversavano nei territori occupati, massacrando e distruggendo interi villaggi così da convincere l’intera popolazione a lasciare le terre. Mohammed e Fatima vivevano in uno di questi villaggi, Al Borj, così chiamato per la presenza di una torre romana sulla sua collina. Mohammed era un aiuto panettiere presso un forno di Jaffa, Fatima aveva già due figlie a cui accudire Raissa e Roqaia,il loro matrimonio era come quello di tanti a quei tempi, la famiglia aveva deciso per loro, i due cugini diventarono sposi pur avendo circa quindici anni di differenza. Mohammed aveva un buon lavoro e a breve avrebbe potuto aprire un forno tutto suo, era figlio unico e orfano,godeva del rispetto di tutta la famiglia, per questo i genitori di Fatima videro nel nipote ” l’uomo adatto per la figlia”. La casa che Mohammed aveva regalato alla moglie non era molto grande, ma in futuro avrebbero potuto aggiungere piani per accogliere le famiglie dei loro figli e poi c’era un bellissimo giardino in cui piantò un ulivo, sarebbe cresciuto con la famiglia.
Gli eventi della loro vita precipitarono di giorno in giorno, arrivavano continuamente persone sconosciute a chiedere loro di vendergli la casa, un giorno non fu una richiesta, ma un imperativo, dovevano lasciare la loro abitazione e la terra, il nuovo Stato non permetteva ai natii del posto di possedere beni immobili, ne di viverci o lavorare. Ai due sposi non restò altro da fare che prendere le loro figlie e il poco che avevano ed andarsene.
15 maggio 1948, Mohammed e Fatima uscirono dalla loro casa e si aggregarono con le due figlie, alla lunga coda di sfollati che si dirigevano verso altri villaggi non prima però di aver preso la chiave della loro casa, sarà per tutta la vita il simbolo del ritorno .
Andarono nel villaggio di Saffa in provincia di Ramallah dove viveva una zia di Mohammed . Una disgrazia si abbatté sulla famiglia e le due bimbe morirono per dissenteria, la disperazione di Fatima venne sedata dall’arrivo di un figlio, Musa e nel frattempo Mohammed andò a lavorare in un forno di Amman in Giordania, perché in quella parte di Palestina non c’era lavoro. La vita nel villaggio di Saffa era difficile , i due sposi dovettero affittare una casa perché arrivò un altro figlio, Said e poi Mohammed era sempre via per poter lavorare, da qui la decisione di trasferirsi ad Amman. Per un breve periodo affittarono una casa finché ne venne data loro una dall’UNRWA cioè l’agenzia delle Nazioni Unite che provvede ai rifugiati palestinesi, si trattava di una stanza con annesso un pezzo di terra dove Mohammed costruì immediatamente un gabinetto, non era uomo da dividere la sua privacy con altri,tanto meno il WC. Ora la vita sembrava avere una ragione, da questo momento nessuno della sua famiglia avrebbe fatto più la fame. Con gli anni arrivarono altri otto figli e Mohammed poté comprarsi il suo forno e poi anche un terreno dove costrui una casa,una degna del nome,con quattro camere, la cucina e il bagno.
Oggi la famiglia vive ancora in questa casa, adesso è grande, ci sono altri due piani, tre dei figli ci vivono con le rispettive famiglie, altri due hanno preferito comprarsi case diverse e Musa il più grande che ha studiato medicina in Italia è ancora li. Uno dei figli , Said, purtroppo non c’è più se lo è preso il massacro di “settembre nero” cadde sotto i colpi dell’esercito Giordano che voleva espugnare il gruppo ribelle dei Fedayn, fu sotterrato in una fossa comune,nessuno ne seppe più nulla, solo la testimonianza di uno zio presente alla carneficina disse di averlo visto morto. Lui che non centrava nulla, stava lavorando, faceva il meccanico.
Questa è la storia della famiglia di mio marito Musa, gli avvenimenti mi sono stati raccontati direttamente da lui e dalla sua famiglia, Mohammed mio suocero morì nel 2008 all’età di 92 anni e fino alla fine ho visto in lui un uomo pieno di orgoglio per aver dato una vita più che dignitosa alla sua famiglia. Siamo riusciti nel 1999 a riportarli al loro paese come turisti, hanno rivisto la loro casa, ora abitata da coloni ebrei,e hanno potuto pregare nella moschea della Cupola della Roccia, un nostro regalo a due persone straordinarie.
Graziella Adwan