
Giovanna Bonanno: La Strega di Palermo e il Mistero del “Veleno di Magia”
Nel cuore di Palermo, tra i vicoli stretti e gli anfratti bui del quartiere Albergheria, si muoveva nell’ombra una figura temuta e rispettata, nota a tutti come Giovanna Bonanno, “la Strega di Palermo”. Correva la fine del XVIII secolo, un’epoca oscura in cui la superstizione e la paura di forze occulte alimentavano l’immaginazione popolare, creando un terreno fertile per storie di magia nera e misteriosi intrugli. Giovanna Bonanno, però, non era un personaggio di fantasia, ma una donna reale, che si guadagnò la fama – e l’odio – della città per la sua sinistra abilità: vendere morte in bottiglia.
Il “Veleno di Magia” e la Stregoneria
Nata attorno al 1713, Giovanna visse in miseria per tutta la sua vita. Tuttavia, si dice che avesse una conoscenza profonda delle erbe e dei rimedi naturali, acquisita non si sa come né da chi. La sua figura divenne celebre per un “rimedio” molto particolare: una pozione mortale, passata alla storia come “acqua di Perugia” o “acqua della strega”. Non era una pozione comune, e la sua composizione resta avvolta nel mistero. Alcuni ritengono che fosse un intruglio di arsenico e altre sostanze tossiche, capace di causare una morte lenta e quasi impercettibile, così da sembrare del tutto naturale. Questo veleno era destinato, in particolare, alle donne di Palermo che desideravano liberarsi di mariti violenti, crudeli o semplicemente non più graditi.
Bonanno incarnava l’archetipo della strega, non solo per il suo ruolo di “veggente” in grado di risolvere problemi in modi inusuali, ma anche per la sua presenza fisica: descritta come una donna anziana, curva, con capelli arruffati e occhi penetranti. La sua figura risaltava nell’ambiente palermitano, un’immagine che evocava terrore e rispetto, capace di suscitare nella popolazione quel misto di repulsione e fascinazione che contraddistingue le storie di stregoneria.
Le Vittime e il Mistero del Complotto
Giovanna agiva silenziosamente, nascosta dal manto di complicità delle donne che acquistavano la sua pozione. Il veleno, somministrato in piccole dosi, causava un progressivo indebolimento della vittima, facendo sospettare una malattia incurabile piuttosto che un omicidio. Nonostante ciò, il mistero non restò nascosto a lungo. Una delle sue “clienti” confessò di aver acquistato il veleno, scatenando una serie di confessioni e tradimenti tra le mogli palermitane, dando inizio a una caccia alle streghe che portò infine all’arresto di Giovanna.
Al processo, Bonanno non negò mai del tutto le accuse, mantenendo quell’alone di enigmatica accettazione del proprio destino, come se la sua condanna fosse parte di un destino ineluttabile. Alcuni cronisti dell’epoca riportano che Giovanna non mostrò mai paura o pentimento, rivendicando invece la propria innocenza fino alla fine, ma senza combattere contro l’accusa. Era quasi come se sapesse che il suo ruolo nel mondo fosse stato compiuto.
Una Fine Oscura
Giovanna Bonanno fu condannata a morte nel 1789. La sua esecuzione non fu però sufficiente a spegnere il fascino oscuro che aleggiava attorno alla sua figura: la leggenda della “Strega di Palermo” continuò a vivere, alimentata dai racconti dei popolani che sussurravano di pozioni mortali e di sortilegi, di uno sguardo che sembrava trapassare l’anima e di parole cariche di un sapere ancestrale.
La sua figura è rimasta, nei secoli, un simbolo del lato più cupo e misterioso della Palermo settecentesca, una città afflitta da povertà e sopraffatta dal potere maschile, dove una donna povera e anziana riuscì a ritagliarsi un ruolo unico e temuto. Tutt’oggi, la storia di Giovanna Bonanno è raccontata con quel misto di orrore e meraviglia che circonda la magia oscura e la sete di giustizia delle anime emarginate. La sua storia è un memento di ciò che accade quando la disperazione incontra l’oscurità, trasformandosi in un veleno pericoloso e, al tempo stesso, eterno.
Grazielladwan (c)
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