NON ERA LA FINE DEL MONDO. ERA UNO SPECCHIO.

Ah, febbraio 2020.

Quel fine settimana sospeso, con i supermercati presi d’assalto e la sensazione che stesse per arrivare qualcosa di epico. Non “epico” tipo drago sopra Torino — che almeno avrebbe avuto stile — ma epico tipo fine del mondo con conferenza stampa.

Ricordo perfettamente la frase più pronunciata di quei giorni:

“Ne usciremo migliori.”

Che è la versione adulta di:

“Domani inizio la dieta.”

Spoiler: non è andata così.

🌏Il weekend dell’Apocalisse in pigiama

All’inizio sembrava quasi romantico.

Città vuote. Silenzio irreale. Gente ai balconi che cantava come se fossimo tutti improvvisamente protagonisti di un musical distopico scritto male.

Ci dissero che avremmo riscoperto:

la lentezza, la famiglia, la lettura, la panificazione domestica.

E infatti abbiamo riscoperto:

la lentezza della connessione Wi-Fi che convivere è un’esperienza estrema che leggere le fake news è più facile dei classici russi che il lievito può scatenare guerre civili

“La pandemia ci cambierà”

Sì, ci ha cambiati.

In creature che sanno discutere per ore su un centimetro di distanza interpersonale, ma non sanno più dire “scusa” senza allegare una polemica.

Abbiamo detto:

“Daremo più valore alle piccole cose.” Ora urliamo perché il cappuccino ha troppa schiuma. “Capiremo quanto è importante la scienza.” Ora la scienza la consultiamo solo se conferma ciò che pensavamo già. “Impareremo l’empatia.” Ora siamo allenati soprattutto nel commento passivo-aggressivo.

Il mito del miglioramento collettivo

C’è questa idea romantica che le tragedie rendano automaticamente nobili.

Come se il dolore fosse una centrifuga etica: entri umano medio, esci santo.

La realtà è meno poetica:

il dolore amplifica quello che sei già.

Se sei generoso, lo diventi di più.

Se sei cinico, ti laurei con lode.

Non è che la pandemia non ci abbia insegnato nulla.

È che molti hanno preso appunti solo sulla parte comoda.

L’illusione del reset

Per qualche settimana abbiamo creduto che il mondo si fosse fermato per permetterci un reset.

Come quando spegni il computer convinta che al riavvio sparisca il file corrotto.

Peccato che il file corrotto fossimo noi.

Non il virus.

Non il sistema.

Non il destino.

Noi, con le nostre incoerenze lucidate a festa e i buoni propositi scritti a matita.

E quindi?

Non siamo usciti migliori.

Non siamo usciti peggiori in massa.

Siamo usciti più scoperti.

Senza distrazioni.

Senza rumore.

Con le crepe ben visibili.

E forse la vera lezione non era diventare migliori.

Era smettere di raccontarci che lo siamo già.

Se questo articolo è meno fantasy del solito, perdonatemi.

Ogni tanto anche chi costruisce mondi ha bisogno di guardare questo, che continua a sembrarci irreale.

Ma tranquilli:

i draghi, almeno, quando distruggono qualcosa… lo fanno con coerenza. 🐉

11 risposte a “NON ERA LA FINE DEL MONDO. ERA UNO SPECCHIO.”

  1. Notevole. Trattato da incorniciare.

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  2. Ci ha reso più soli, e nient’altro. D’altronde, la pandemia è stata la prova generale dell’intruppamento di massa, con un paese trasformato in delatore di chi andava da solo a farsi una passeggiata, e con l’additamento di chiunque avanzava un dubbio sul manovratore a traditore. E, bada, lo dico da medico, che ha toccato con mano la devastazione che quel virus poteva provocare… e che ora tocca con mano la devastazione che le “soluzioni” messe in atte per contenerlo hanno, effettivamente, provocato. Una deriva dirigista che ha fatto male anzitutto a noi “del mestiere”: per altro, tutte quelle risorse che ci erano state promesse… Avrei preferito un drago su Torino.

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    1. Concordo su tutto.

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  3. Concordo in pieno con Francesco! 🙂

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    1. Grazie 🙏🏻

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      1. Grazie a te per l’educazione che dimostri rispondendo sempre ai miei commenti! 🙂

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      2. Ci mancherebbe. Per me ogni commento è prezioso. Sono io a ringraziarti. Buona serata!

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      3. Buona serata anche a te! 🙂

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