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Donne📚 L’ALMANACCO DEL GIORNO — 29 SETTEMBRE

ELIZABETH GASKELL: LA SIGNORA VITTORIANA CHE SCRIVEVA CIÒ DI CUI NON SI DOVEVA PARLARE

Il 29 settembre 1810 nasceva a Londra Elizabeth Cleghorn Stevenson, che il mondo avrebbe conosciuto come Elizabeth Gaskell.

Guardatela nei ritratti: abito scuro, cuffietta, espressione composta.

L’immagine perfetta dell’Inghilterra vittoriana.

Ecco.

Non fatevi ingannare.

Perché quando Elizabeth Gaskell prendeva in mano la penna finivano sulla pagina povertà, sfruttamento degli operai, conflitti di classe, donne sedotte e abbandonate, maternità fuori dal matrimonio e tutte quelle faccende che la buona società preferiva possibilmente non vedere.

O almeno non durante il tè.

Gaskell viveva a Manchester, nel cuore di una città trasformata dalla Rivoluzione industriale.

Era sposata con William Gaskell, ministro unitariano, e attraverso l’attività del marito entrò in contatto con famiglie povere e lavoratori della città.

Quello che vedeva era molto lontano dall’immagine trionfale dell’Inghilterra industriale.

Nel 1848 pubblicò il suo primo romanzo:

Mary Barton.

Lo fece anonimamente.

La storia portava dentro le case dei lettori la Manchester operaia: fame, malattie, disoccupazione, rabbia sociale e lo scontro sempre più duro tra lavoratori e padroni.

Il libro attirò immediatamente l’attenzione.

E non tutti furono contenti.

Gli industriali di Manchester, in particolare, non apprezzarono affatto il ritratto che emergeva dalle sue pagine.

Insomma, Elizabeth aveva fatto una cosa che continua a creare qualche problemino anche agli scrittori contemporanei:

aveva raccontato ciò che vedeva.

E qualcuno si era riconosciuto.

Ma se Mary Barton aveva fatto discutere, qualche anno dopo Gaskell decise evidentemente che non aveva ancora disturbato abbastanza i suoi contemporanei.

Nel 1853 pubblicò Ruth.

La protagonista era una giovane donna sedotta e poi abbandonata dall’uomo che amava.

Rimaneva incinta.

Non era sposata.

Ed Elizabeth Gaskell fece qualcosa di ancora più scandaloso:

non la trasformò in un mostro.

Ruth era una donna che aveva sbagliato, sofferto e cercato di ricostruire la propria vita.

Per la morale vittoriana, la cosiddetta fallen woman — la “donna caduta” — difficilmente aveva diritto a una vera redenzione sociale.

Gaskell gliela concedeva.

Il romanzo provocò una tempesta.

Fu considerato indecente da alcuni lettori e sappiamo che alcune copie vennero addirittura bruciate.

Ma lei non aveva ancora finito.

Nel 1854-55 uscì North and South, forse oggi il suo romanzo più conosciuto.

Ancora una volta Gaskell mise uno davanti all’altro due mondi: il Sud rurale inglese e il Nord industrializzato, operai e proprietari, povertà e ricchezza.

Ma nella sua vita entrò anche un’altra donna destinata alla storia della letteratura: Charlotte Brontë.

Le due divennero amiche, tanto che, il padre Patrick Brontë, chiese a Gaskell di scriverne la biografia.

Nel 1857 uscì The Life of Charlotte Brontë.

E naturalmente Elizabeth riuscì a creare problemi anche da biografa.

Alcune persone descritte nel libro contestarono quanto aveva scritto; ci furono minacce di azioni legali e le edizioni successive dovettero essere modificate in alcuni punti.

Elizabeth Gaskell morì nel 1865, a cinquantacinque anni.

Ci ha lasciato romanzi, racconti, lettere e una delle testimonianze letterarie più interessanti dell’Inghilterra vittoriana.

Ma soprattutto ci ha lasciato donne che non erano soltanto decorazioni.

Donne che sbagliavano.

Che desideravano.

Che soffrivano.

Che lavoravano.

Che giudicavano la società nella quale vivevano.

E qualche volta la mettevano parecchio in imbarazzo.

Forse è proprio questo il dettaglio che preferisco di Elizabeth Gaskell:

aveva l’aspetto della perfetta signora vittoriana.

Ma evidentemente nessuno aveva pensato di dirle che una perfetta signora vittoriana avrebbe dovuto scrivere soltanto cose convenienti.

Per fortuna.

Grazielladwan

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