ALMANACCO DEL BLOG

📚 L’ALMANACCO DEL GIORNO — 28 SETTEMBRE

PAGINE — HERMAN MELVILLE: PRIMA DELLA BALENA C’ERA TYPEE

Il 28 settembre 1891 moriva a New York Herman Melville.

E no.

Oggi Moby Dick può tranquillamente continuare a nuotare.

Perché prima della balena bianca, prima del capitano Achab, prima del Pequod, ci fu un altro Melville.

Più giovane. Più avventuroso. E soprattutto molto meno disposto a rimanere a bordo della nave sulla quale si era imbarcato.

Nel 1841, a ventun anni, Herman Melville salì sulla baleniera Acushnet, diretta nel Pacifico. Non lo fece per documentarsi in vista di una futura carriera letteraria: aveva bisogno di lavorare.

L’esperienza fu durissima.

E Melville prese una decisione piuttosto drastica.

Abbandonò la nave.

Nel luglio del 1842, insieme al compagno Richard Tobias Greene, scese a Nuku Hiva, nelle isole Marchesi, e raggiunse l’interno dell’isola.

Qui trascorse alcune settimane nella valle di Taipivai, presso la popolazione che nel suo libro avrebbe chiamato Typee. Quell’esperienza, una volta tornato negli Stati Uniti, diventò materia narrativa.

Nel 1846 uscì così il suo primo libro:

Typee: A Peep at Polynesian Life.

Ed ebbe successo.

Il libro che fece conoscere Herman Melville ai suoi contemporanei non fu Moby-Dick, ma Typee.

Melville lo presentò come il racconto delle proprie avventure nel Pacifico, ma Typee non è un diario di viaggio nel senso moderno del termine.

Ricordo, esperienza personale, osservazione e invenzione narrativa si mescolano continuamente.

E proprio qui il libro diventa ancora più interessante.

Perché il giovane marinaio americano arrivato dall’altra parte del mondo cominciò a fare qualcosa che, per un lettore dell’Ottocento, poteva risultare piuttosto scomodo:

guardare la propria civiltà attraverso gli occhi degli altri.

Melville descrisse un mondo che l’Occidente definiva facilmente “selvaggio”, ma mise contemporaneamente sotto accusa violenze, malattie e distruzioni portate dalla cosiddetta civiltà nelle isole del Pacifico.

E non risparmiò neppure l’azione dei missionari.

Il confronto, quindi, smetteva di essere semplicemente:

civilizzati contro selvaggi.

Diventava una domanda assai più fastidiosa:

chi sono davvero i civilizzati?

Naturalmente Typee resta un’opera scritta da un americano dell’Ottocento. La Polinesia che racconta passa attraverso il suo sguardo, i suoi pregiudizi, le aspettative dei lettori occidentali e una buona dose di costruzione letteraria.

Non è un trattato antropologico.

Ed è proprio per questo che oggi è interessante leggerlo anche criticamente: racconta le isole Marchesi, ma racconta contemporaneamente il modo in cui un occidentale del XIX secolo provava a comprenderle. -Non che oggi sia diverso-

Cinque anni più tardi, nel 1851, Melville pubblicò un altro romanzo.

Quello con una balena.

E accadde il paradosso.

Moby-Dick non ebbe il successo che il suo autore sperava.

Con il passare degli anni la fama di Melville diminuì, e quando morì, proprio il 28 settembre 1891, era molto lontano dalla posizione che occupa oggi nella storia della letteratura.

Poi arrivò il Novecento.

Melville venne riscoperto.

Moby-Dick crebbe fino a diventare uno dei grandi classici della letteratura americana.

E accadde qualcosa di curioso:

il libro che inizialmente aveva reso famoso Melville finì all’ombra del libro che non era riuscito a renderlo famoso.

Così oggi tutti conoscono la balena bianca.

Molti meno ricordano quel giovane marinaio che, quasi dieci anni prima di trasformare l’oceano in metafora, era sceso da una baleniera nelle Marchesi e aveva cominciato a osservare un mondo diverso dal proprio.

Forse è proprio da lì che bisognerebbe cominciare per conoscere Herman Melville.

Non da una balena.

Ma da un uomo che attraversò un oceano e, una volta arrivato dall’altra parte, cominciò a chiedersi chi fossero davvero i selvaggi.

E adesso sì.

Achab può tornare a inseguire Moby Dick.

Grazielladwan

Lascia un commento